Quale sarà il futuro della Nazionale di Calcio Italiana?
14-07-2026 16:23 - SPORT
Ivrea (TO) di Andrea Atzei. Proprio in questi giorni si stanno disputando i Mondiali di Calcio Canada-Messico-USA 2026.
Dunque, nasce spontanea la domanda da un milione di dollari: quando l'Italia tornerà al livello che ci compete, ovvero, quello che ci ha visti vittoriosi nell'edizione dei Mondiali 2006? Se guardiamo a chi prima di noi ha rifondato con successo il proprio movimento negli ultimi vent'anni (la Germania post 2000 o il Belgio), ci sono dei pilastri chiarissimi da cui partire. Il trionfo del 2006 è stato il culmine di una generazione cresciuta "per strada" e nei settori giovanili vecchio stampo, un modello che oggi non esiste più. Oggi, per far tornare la Nazionale ai vertici del calcio mondiale servirebbe una vera e propria riforma strutturale, focalizzata su tre o quattro punti chiave.
Il primo passo dovrebbe essere il coraggio di far giocare i giovani (eventualmente creando decreti per favorirli) Il talento in Italia c'è, ma trova un imbuto insuperabile nel passaggio dalle formazioni Primavera alla prima squadra. Troppo spesso si preferiscono ai giocatori italiani, quelli stranieri di medio/basso livello (spesso grazie a vantaggi fiscali ormai ridotti, ma che hanno pesato per anni).
Cosa si potrebbe fare in tal senso? Si potrebbe rendere strutturali e ancora più vantaggiose le squadre B Under 23 dei club di serie “A” che partecipano ai campionati di Serie “C”. Questo perché il salto dalla Primavera (campionato meno competitivo) alla serie “A” è troppo ampio; nella Serie “C” (campionato competitivo dove i punti ed i risultati contano anche sotto il profilo economico e non solo sportivo) affrontare i professionisti anche di età adulta e con esperienza alle spalle, forma il carattere e il fisico dei giovani.
Il secondo step riguarderebbe le strutture, i centri federali e lo scouting di prossimità. Molti settori giovanili italiani lavorano su campi obsoleti e con budget ridotti rispetto a quelli di Premier League o Bundesliga, inoltre, si è persa la capillarità sul territorio.
Come arginare il problema? Una soluzione possibile potrebbero essere le accademie federali d'élite a livello regionale, gestite direttamente dalla FIGC (sul modello di Clairefontaine in Francia). In queste strutture i migliori talenti di ogni regione si allenerebbero insieme durante la settimana, crescendo con metodologie allineate a quelle della Nazionale.
Un'altra nota dolente dei nuovi giocatori che emerge in età adulta è la carenza tecnica, a cui si potrebbe porre rimedio riformando i settori giovanili: meno tattica, più tecnica e divertimento. Oggi nei vivai italiani si tende a esasperare la tattica e la ricerca del risultato di squadra fin dalla categoria "Pulcini". Inoltre, le società calcistiche prediligono bambini già fisicamente strutturati per vincere i campionati giovanili, scartando i "piccoli" di statura che magari hanno più qualità tecnica.
Si dovrebbe cambiare metodo: generando divertimento nei bambini sotto i 13 anni, insegnando comunque la tecnica di base ma lasciando spazio al gioco, e solo dopo i 13 anni di età il focus totale dovrebbe essere spostato sul singolo bambino ed il pallone, insegnando la tecnica individuale, dribbling, creatività e l'uno contro uno (quello che una volta si imparava nei cortili o all'oratorio). L'intento fondamentale dovrebbe essere quello di portare il "calcio di strada" dentro i centri sportivi, rinviando la tattica esasperata nel periodo delle formazioni Primavera. Anche il comparto degli allenatori ed i loro metodi dovrebbero essere rivisti ed aggiornati con una migliore e più moderna formazione con maggiori tutele per gli allenatori dei giovani. Spesso i trainer del settore giovanile sono dilettanti sottopagati, o giovani tecnici che usano i bambini solo come trampolino di lancio per arrivare alle prime squadre, puntando ,quindi, ai risultati immediati per vincere la partita della domenica. Al contrario, gli istruttori dovrebbero essere educatori professionisti e remunerati adeguatamente. Il loro successo non dovrebbe essere misurato da quanti trofei giovanili “eventualmente” potrebbero mettere in bacheca, ma da quanti giocatori “preparati tecnicamente e competitivi" riuscirebbero a portare in prima squadra nel giro di 5-6 anni. Perché il talento non è sparito dall'Italia, è solo cambiato il contesto in cui cresce: i ragazzi non giocano più nei cortili, negli oratori o per strada, e se il sistema non si adegua a questo nuda e cruda realtà, creando un percorso protetto e di qualità per i nostri ragazzi, il gap con le altre grandi potenze europee del calcio, continuerà ad allargarsi.
Dunque, nasce spontanea la domanda da un milione di dollari: quando l'Italia tornerà al livello che ci compete, ovvero, quello che ci ha visti vittoriosi nell'edizione dei Mondiali 2006? Se guardiamo a chi prima di noi ha rifondato con successo il proprio movimento negli ultimi vent'anni (la Germania post 2000 o il Belgio), ci sono dei pilastri chiarissimi da cui partire. Il trionfo del 2006 è stato il culmine di una generazione cresciuta "per strada" e nei settori giovanili vecchio stampo, un modello che oggi non esiste più. Oggi, per far tornare la Nazionale ai vertici del calcio mondiale servirebbe una vera e propria riforma strutturale, focalizzata su tre o quattro punti chiave.
Il primo passo dovrebbe essere il coraggio di far giocare i giovani (eventualmente creando decreti per favorirli) Il talento in Italia c'è, ma trova un imbuto insuperabile nel passaggio dalle formazioni Primavera alla prima squadra. Troppo spesso si preferiscono ai giocatori italiani, quelli stranieri di medio/basso livello (spesso grazie a vantaggi fiscali ormai ridotti, ma che hanno pesato per anni).
Cosa si potrebbe fare in tal senso? Si potrebbe rendere strutturali e ancora più vantaggiose le squadre B Under 23 dei club di serie “A” che partecipano ai campionati di Serie “C”. Questo perché il salto dalla Primavera (campionato meno competitivo) alla serie “A” è troppo ampio; nella Serie “C” (campionato competitivo dove i punti ed i risultati contano anche sotto il profilo economico e non solo sportivo) affrontare i professionisti anche di età adulta e con esperienza alle spalle, forma il carattere e il fisico dei giovani.
Il secondo step riguarderebbe le strutture, i centri federali e lo scouting di prossimità. Molti settori giovanili italiani lavorano su campi obsoleti e con budget ridotti rispetto a quelli di Premier League o Bundesliga, inoltre, si è persa la capillarità sul territorio.
Come arginare il problema? Una soluzione possibile potrebbero essere le accademie federali d'élite a livello regionale, gestite direttamente dalla FIGC (sul modello di Clairefontaine in Francia). In queste strutture i migliori talenti di ogni regione si allenerebbero insieme durante la settimana, crescendo con metodologie allineate a quelle della Nazionale.
Un'altra nota dolente dei nuovi giocatori che emerge in età adulta è la carenza tecnica, a cui si potrebbe porre rimedio riformando i settori giovanili: meno tattica, più tecnica e divertimento. Oggi nei vivai italiani si tende a esasperare la tattica e la ricerca del risultato di squadra fin dalla categoria "Pulcini". Inoltre, le società calcistiche prediligono bambini già fisicamente strutturati per vincere i campionati giovanili, scartando i "piccoli" di statura che magari hanno più qualità tecnica.
Si dovrebbe cambiare metodo: generando divertimento nei bambini sotto i 13 anni, insegnando comunque la tecnica di base ma lasciando spazio al gioco, e solo dopo i 13 anni di età il focus totale dovrebbe essere spostato sul singolo bambino ed il pallone, insegnando la tecnica individuale, dribbling, creatività e l'uno contro uno (quello che una volta si imparava nei cortili o all'oratorio). L'intento fondamentale dovrebbe essere quello di portare il "calcio di strada" dentro i centri sportivi, rinviando la tattica esasperata nel periodo delle formazioni Primavera. Anche il comparto degli allenatori ed i loro metodi dovrebbero essere rivisti ed aggiornati con una migliore e più moderna formazione con maggiori tutele per gli allenatori dei giovani. Spesso i trainer del settore giovanile sono dilettanti sottopagati, o giovani tecnici che usano i bambini solo come trampolino di lancio per arrivare alle prime squadre, puntando ,quindi, ai risultati immediati per vincere la partita della domenica. Al contrario, gli istruttori dovrebbero essere educatori professionisti e remunerati adeguatamente. Il loro successo non dovrebbe essere misurato da quanti trofei giovanili “eventualmente” potrebbero mettere in bacheca, ma da quanti giocatori “preparati tecnicamente e competitivi" riuscirebbero a portare in prima squadra nel giro di 5-6 anni. Perché il talento non è sparito dall'Italia, è solo cambiato il contesto in cui cresce: i ragazzi non giocano più nei cortili, negli oratori o per strada, e se il sistema non si adegua a questo nuda e cruda realtà, creando un percorso protetto e di qualità per i nostri ragazzi, il gap con le altre grandi potenze europee del calcio, continuerà ad allargarsi.
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