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Un po' di storia Olivetti: intervista a Gastone Garziera

14-04-2023 04:00 - CULTURA
Ivrea (TO), di Desiree C. Gabella. Vi proponiamo un'intervista del 2021, ma sempre attualissima, con un uomo molto importante ad Ivrea, che ha contribuito attivamente allo sviluppo della nota azienda Olivetti: Gastone Garziera. Ad Ivrea, e non solo, si è sempre parlato molto dell'eredità urbanistica e morale lasciata da Adriano Olivetti, ma meno dei suoi collaboratori, che hanno contribuito a far diventare la sua azienda un colosso conosciuto in tutto il mondo e di cui tutt'oggi si parla come di un modello aziendale e sociale all'avanguardia. Infatti, ha avuto un ruolo fondamentale nel far diventare Ivrea, nel 2018, il 54° sito patrimonio Unesco, con la denominazione di «Città industriale del XX secolo». Tra questi è fondamentale annoverare Gastone Garziera, che proprio ieri, 13 aprile, ha spento 81 candeline. Eporediese d'adozione e tutt'oggi residente a Ivrea, partendo dal reparto Ricerche Elettroniche di Borgo Lombardo (MI), è entrato a far parte della storia Olivetti partecipando allo sviluppo della Programma 101, antesignana del moderno personal computer, diventando successivamente responsabile di ulteriori importanti progetti e ricevendo, anche recentemente, alcuni importanti riconoscimenti, tra cui, il 14 ottobre 2019, la «Laurea magistrale honoris causa in Computer Science», presso l'università di Bari e, ancor prima, nel 2014, durante lo Storico Carnevale di Ivrea, era entrato a far parte dell'Ordine degli Oditori, come cittadino che si era contraddistinto per meriti speciali. Proprio grazie alla P101, Olivetti aveva capito che la tecnologia del futuro sarebbe stata quella a transistor.

A che età è entrato a lavorare in Olivetti?
«Sono entrato in Olivetti nell'Ottobre del 1961, Avevo 19 anni, ho fatto un corso fantastico sulle nuove tecnologie e sono stato affidato al gruppo dell'Ingegner Piergiorgio Perotto a Febbraio/Marzo del 1962. Ero sotto la guida dell'Ingegner De Sandre, perché ho sostituito un Perito che doveva partire per il servizio militare. Era il momento in cui Roberto Olivetti chiese a Perotto di provare a sviluppare con la tecnologia elettronica, con cui si produceva l'Elea 9300, una macchina da calcolo, che poi ci portò alla realizzazione della P101. Sono stato poi responsabile di alcuni importanti progetti successivi alla P101. Dopo aver ricavato le macchine a parità d tecnologia (una fatturatrice contabile, la P203; la prima calcolatrice elettronica della Olivetti, la Logos 328; la P102, poco conosciuta, ma che è stato il primo desktop computer in grado di comunicare in input ed output con altre apparecchiature esterne), sono partito per il servizio militare e sono ritornato nel 1968. Nel frattempo la HP aveva tirato fuori il primo grande concorrente della P101: l'HP 9100. Subito dopo, anche la Wang tirò fuori un concorrente, e così via».

Come è stato il suo approccio con la Olivetti?
«Io volevo diventare medico, ma i miei genitori erano agricoltori e non potevano permettersi di pagarmi gli studi. Per fortuna avevo una zia maestra che non si era sposata e viveva con noi, che mi fece studiare, però, scegliendo una scuola che mi consentisse di andare a lavorare ad un certo livello, ma senza impiegare i tanti anni richiesti dalla facoltà di Medicina. Così ho studiato Elettrotecnica all'Istituto Tecnico Statale “Alessandro Rossi” di Vicenza, diventando Perito Elettrotecnico. Dopo il diploma, visto che avevo ottenuto buoni voti, avevo espresso il desiderio di studiare Ingegneria a Padova, perché Vicenza non aveva l'Università, e mi ero preparato per affrontare l'esame di ammissione, obbligatorio per chi non aveva frequentato il Liceo Scientifico o Classico, però, sempre per motivi economici, i miei genitori mi invitarono ad andare a lavorare. Allora avevo già 23 lettere di offerte di lavoro, tra cui una della Olivetti, con la quale, già nella primavera antecedente al Diploma, avevo avuto un contatto, perché l'Ingegner Nicola Tufarelli, che a quel tempo era il capo del personale di tutta l'azienda, (diventato poi capo del Gruppo Produzione e successivamente, uscito dalla Olivetti, era diventato capo della Fiat Auto), era venuto a Vicenza, si era fatto dare i nominativi dalla mia scuola, ed io ero stato invitato ad un colloquio presso un concessionario Olivetti. Ricordo benissimo quell'incontro, al termine del quale mi disse: “Garziera, prenda il diploma, poi sappia che, se ha voglia, la Olivetti è pronta ad assumerla”. Era una cosa emblematica, perché era un metodo che utilizzava per cercare di potenziare il Laboratorio Ricerche Elettroniche, che era partito da zero nel 1955 e stava sviluppando delle cose fantastiche. Dopo il diploma, e dopo alcuni colloqui, tra cui quello con Mario Tchou, che mi ricordo benissimo, visto che la Olivetti pagava un po' di più (75.000 Lire anziché 60.000 Lire, che era lo stipendio di un diplomato di quel tempo), il 17 Ottobre 1961 sono entrato in Olivetti a Borgo Lombardo (MI). Era la sede di allora, in attesa di quella ufficiale di Pregnana Milanese (MI), dove ci trasferirono a dicembre del 1962 e dove Adriano Olivetti aveva progettato di realizzare la sua Cittadella Elettronica. Purtroppo lui era morto agli inizi del '60, e successivamente, a novembre del '61, il mese dopo la mia assunzione, morì anche Mario Tchou, così si è fermato tutto. Io sono entrato come Elettrotecnico, ma il Laboratorio Ricerche Elettroniche era un mondo meraviglioso, dove organizzavano il corso di inserimento, preparandoci dalla tecnologia di base del transistor a quello che era l'algebra di Boole, per poter definire che le reti elettroniche prendessero delle decisioni, le tecniche per la loro ottimizzazione, con tutti i circuiti importanti che interessavano un calcolatore. Si trattò di 4 mesi di corso in total immersion, che valeva come un'università mirata alle tecnologie di quel tempo. Io poi sono partito per il servizio militare e, al ritorno, eravamo al centro di Milano, dove abbiamo sviluppato la macchina successiva alla P101, la 652. Mi sembrava una sede definitiva, tant'è che mi ero sposato ed avevo acquistato casa là. Nel 1973, però, l'Amministratore Delegato di allora, ha voluto riunire tutti i laboratori ad Ivrea. Molti dei miei colleghi non hanno accettato, invece io mi sono trasferito con la famiglia ed ho proseguito la vita sempre a Ivrea, a parte 2 anni a fine carriera, a Pozzuoli, che ricordo con enorme piacere, perché ho fatto circa 2000 colloqui a ragazzi giovani, tutti molto in gamba, ed è stato un periodo piacevolissimo. Sono poi andato in pensione il 1 gennaio del 1996».

Com'è stato, invece, il periodo pisano della Olivetti?
«Al tempo nessuno parlava di computer, solo l'Università di Pisa, che era stata la prima in Italia ad avere un dipartimento di computer di elettronica, con cui Adriano aveva cominciato a collaborare per lo sviluppo della calcolatrice elettronica. Tutta la storia dei computer della Olivetti è iniziata proprio all'Università Statale di Pisa. Nel 1954, infatti, negli Stati Uniti, Enrico Fermi aveva ricevuto il Premio Nobel per la centrale atomica, quindi il nucleare, in Italia, aveva generato interesse in tre Università (Milano, Pisa e Roma), che avevano pensato che, per sviluppare questa energia del futuro, dovevano creare un acceleratore di particelle. Tornato dagli Stati Uniti, Enrico Fermi aveva detto che era dispendioso realizzare un piccolo acceleratore per ogni Università e, in quell'occasione, avevano creato il CNR, con un unico grosso acceleratore a Frascati. Le Università, predisposte ad approfondire questa nuova tecnologia del nucleare, si interrogavano sul da farsi e Fermi suggerì loro di mettersi a studiare e approfondire il settore dei calcolatori elettronici, già in voga negli Stati Uniti, poiché sarebbe stato il settore che si sarebbe sviluppato di più. Allora, le tre Università, utilizzarono i soldi che avevano accumulato per il nucleare, per i computer. L'Università di Milano, nel 1954, mandò in California Luigi Dadda, professore di Elettronica all'Università di Milano, che ho conosciuto, per farsi costruire il primo calcolatore, probabilmente elettronico, arrivato in Italia. L'Università di Pisa, che aveva raccolto 150 milioni di Lire (tra i comuni di Pisa, Siena e Livorno), aveva capito che non sarebbero bastati per i calcolatori e, avendo bisogno di un aiuto, mandò un messaggio a tutta l'industria italiana, chiedendo chi avesse voglia di dare una mano per un progetto di sviluppo di un calcolatore in Italia. Si fece vivo Adriano Olivetti, che aveva già capito che l'elettronica, che lui usava già dal '49, sarebbe stata il futuro. Aveva, però, un problema ad innestare l'elettronica in un mondo come la Olivetti di allora, il cui potere era dei progettisti meccanici, che avevano reso grande l'azienda. Adriano, però, aveva capito che doveva trovare una tecnologia per poter superare i limiti della lamiera tranciata e stampata, utilizzata fino in fondo da Natale Capellaro. Io ho immaginato più volte Natale Capellaro che, parlando con l'Ing. Olivetti, diceva di essere arrivato ad una certa produttività, ma non aveva gli strumenti per pensare ad una tecnologia che gli consentisse di ottenere più di quanto raggiunto allora. Adriano, che doveva garantirsi il supporto dell'industria e della società, per i suoi obiettivi, aveva capito che doveva trovare una tecnologia che consentisse alla Olivetti di svilupparsi ancora, di crescere, e di garantire quello strumento che era il profitto generato dall'azienda (che non era il suo obiettivo) per raggiungere i suoi obiettivi reali, per cui ha lavorato per tutta la vita: lo sviluppo dell'uomo e la comunità. Adriano, già prima, cercava la tecnologia e, con il fratello Dino, avevano aperto un laboratorio negli Stati Uniti per controllare le tecnologie dei calcolatori. Lui era capace, guardando avanti, di vedere delle cose nel futuro. Riusciva, e aveva il coraggio, di guardare lontano, però, mettere in piedi un laboratorio presso la Olivetti di Ivrea, poteva essere un problema nei confronti del potere dei meccanici, che avevano sviluppato meravigliosi progetti, Natale Capellaro in primis. Quindi, quando l'Università di Pisa fece quella richiesta, per Adriano fu l'occasione che attendeva, e propose di fornire strumenti e apparecchiature, oltre ad un gruppo di persone che avessero la capacità di supportarle. Qualcuno ha detto che sarebbe stato proprio Enrico Fermi (ma non ho le prove) a presentare ad Adriano un ragazzo molto bravo: Mario Tchou. Figlio di un diplomatico cinese in Vaticano, era nato e aveva studiato in Italia. Era appassionato di elettronica ed era poi stato mandato dal padre negli Stati Uniti per approfondirla. Era veramente bravo, io l'ho incontrato solo due volte, ma mi ha dato l'impressione di essere una persona eccezionale. La Columbia University gli aveva proposto di diventare professore, ma Olivetti lo convinse a tornare in Italia, dicendogli che, in collaborazione con l'Università di Pisa, aveva voglia di costituire un gruppo di tecnici preparati per affrontare lo sviluppo di calcolatori. Lui accettò e cominciò ad aggregare delle persone, poche ma esperte, per realizzare la CEP, Calcolatrice Elettronica Pisana, con tecnologia sempre a valvole. Cominciarono così, ma la CEP aveva un taglio di tipo scientifico, mentre la Olivetti voleva una macchina di taglio commerciale ed un calcolatore elettronico che, eventualmente sviluppato e prodotto dall'Olivetti, si collocasse con continuità rispetto alle macchine meccaniche che produceva allora l'azienda. Così, intorno al 1956/'57, l'Olivetti si staccò dall'Università di Pisa e, in una località vicina, a Barbaricina, continuò a far lavorare il laboratorio di Tchou per impostare il discorso dei calcolatori. Questo laboratorio fu un miracolo organizzativo, perché in 4 anni riuscì a creare il primo calcolatore elettronico al mondo completamente a transistor. Realizzarono 3 prototipi, uno dietro l'altro: uno tutto a valvole, utilizzato per gestire un magazzino; poi Lucio Libero Borriello, che aveva la responsabilità dell'Unità Magnetica di quel tempo, quando uscirono i transistor ebbe l'intuizione di usarli al posto delle valvole e realizzarono un nuovo prototipo di calcolatore, l'Elea 9002, che aveva tutti i controller delle unità magnetiche fatte a transistor. Visti i risultati, Mario Tchou decise di realizzare un calcolatore solo a transistor (il primo al mondo), e nacque così l'Elea 9003, che fu presentata dal Laboratorio Ricerche Elettroniche ed Adriano Olivetti al Presidente della Repubblica Gronchi. Ottenne questo risultato nel 1959, 4 anni dopo aver cominciato ad affrontare il discorso dei calcolatori. Tutto ciò deve aver spaventato gli americani, che potrebbero aver pensato che, se in soli 4 anni Olivetti aveva superato l'IBM dal punto di vista tecnologico, (quest'ultima aveva supportato gli Stati Uniti e lo sviluppo della bomba atomica), poteva costituire un pericolo, oltretutto in Italia, vicino alla Russia, anche perché credevano che Adriano Olivetti fosse comunista, tanto che la CIA da 10 anni stava dietro alle sue mosse».

Cosa ha provato a ricevere la laurea honoris causa in Computer Science?
«Mi è stata conferita dall'Università di Bari “Aldo Moro” e per me è stata una gioia immensa, perché quando la Divisione Elettronica passò alla General Elettric, fu trasferito anche il laboratorio Ricerche Elettroniche, creato da Mario Tchou, tranne un gruppettino che era quello dell'Ingegner Piergiorgio Perotto, di cui facevo parte. Noi stavamo facendo lo studio che poi ha portato alla realizzazione della P101, quando l'ing. Perotto iniziò a sentire che la divisione elettronica doveva passare con la General Elettric. Si preoccupò subito, perché conosceva i suoi obiettivi e aveva capito che se noi fossimo passati con la General Elettric il nostro studio sarebbe stato chiuso. La strategia dichiarata della General Elettric era quella di realizzare il time-sharing, ovvero dividere il tempo del computer tra tanti utenti. Infatti, i computer sarebbero dovuti diventare sempre più potenti e poi, chi avesse avuto bisogno di utilizzarne la potenza, si sarebbe potuto attaccare via telefono con una telescrivente (un terminale senza memoria), chiedendo al computer centrale di eseguire programmi. Mutuava il discorso della distribuzione dell'energia elettrica. E' ovvio che, invece, un concetto di Intelligenza sulla scrivania, che non facesse ancora uso dei grossi calcolatori, era fuori dalla linea della General Elettric. Visto che Perotto era una prima linea del Laboratorio Ricerche Elettroniche, andò lui a presentare i nostri vari progetti alla G.E. Nel suo libro, “Programma 101 la nascita del personal computer”, scrisse che, durante questi colloqui, cercò di farsi vedere come una persona ostica, per questo la G.E. non si sarebbe mostrata interessata a quello che sviluppava la nostra divisione, consentendoci di rimanere in Olivetti. Ciò che invece, successivamente, riportarono Mario Caglieris e Piol, fu che avevano passato notti intere a cancellare col bianchetto le scritte dove era riportato “computer elettronico” sostituendole con la dicitura “calcolatrice”. Per questo noi non siamo mai passati in General Elettric. Allora, ad Ivrea, c'era il gruppo di progetto, un centro studi che stava sviluppando la nuova linea di macchine meccaniche, a capo della quale c'era Natale Capellaro e noi siamo diventati parte di questo gruppo. Questo è importante, perché quando abbiamo finito lo sviluppo della macchina, la prima persona a cui Perotto ha presentato la “Perottina” è stato proprio Natale Capellaro, ed io me lo ricordo, perché ero colui che faceva le dimostrazioni».

Nessun riconoscimento dal Politecnico di Torino?
«No. Io, per rimandare il servizio militare, nel 1962 mi sono iscritto alla Facoltà di Fisica dell'Università di Milano, perché era l'unica senza l'obbligo di frequenza, tranne che per i laboratori, ma, dopo 4 esami, sono partito per il servizio militare ed ho smesso. Lì ho ancora depositato il mio diploma di Perito Elettrotecnico. Ho, però, un aneddoto sul Politecnico di Torino. Nel 2011 ci fu un evento di accensione della Apple One. L'anno dopo hanno voluto realizzare un contest tra la Programma 101, l'Apple One e un'Amstrad del 1984, tre macchine significative che distano 10 anni l'una dall'altra, ed ha vinto la P101, che ha conquistato il pubblico. Nell'aula Magna del contest, un signore di nome Temporelli, aveva chiesto al Vice Rettore se non fosse il caso di pensare ad una laurea honoris causa per me, ma lui non ha risposto. Io ho capito una cosa, il Politecnico di Torino, che probabilmente aveva ancora un sacco di benefici apportati dalla Fiat, probabilmente non si poteva permettere di omaggiare qualcuno della Olivetti, perché, al tempo di Valletta, Olivetti e Fiat avevano un rapporto non ottimale, perché il modo di vedere il lavoratore nelle due aziende era abissalmente diverso».

In cosa si distingueva Adriano Olivetti?
«Adriano aveva come obiettivo quello di valorizzare l'uomo, perché lui a 14 anni era stato mandato in officina dal padre a montare macchine da scrivere e aveva deciso di non poter permettere che l'uomo non si togliesse da quella situazione, quindi ha lavorato tutta la vita per raggiungere questo obiettivo. Ricordiamoci che Adriano Olivetti ha fatto il Piano Regolatore dell'urbanistica della Val d'Aosta, ha fatto fare il piano per il recupero dei sassi di Matera, ha fatto costruire stabilimenti che sono ancora esempio di meraviglia in giro per il mondo, e le case per i lavoratori vicino all'azienda, gli asili nido per i piccoli vicino agli stabilimenti ecc... Sono cose fantastiche che Adriano aveva capito e praticava. Non è stato l'unico, ma lui aveva i mezzi che ha cercato di reinvestire per raggiungere i suoi obiettivi, il che mi fa sperare che prima o poi possa nascere nuovamente qualcuno che riesca a fare cose analoghe. Con Natale Capellaro, ad esempio, Olivetti ha progettato delle macchine con una tecnologia che era la meno costosa di tutte, la lamiera di ferro tranciata e piegata, che ha invaso il mondo, perché gli altri, a quel tempo, avevano tecnologie di meccanica di precisione per fare le operazioni. Quindi si è espanso con macchine affidabili, poco costose, perché una Divisumma usciva a meno di 40.000 Lire e il mercato la accoglieva a 400.000 Lire, con un rapporto da 1 a 10 dal punto di vista del costo/ricavo. Quindi aveva molta liquidità, ma l'ha sempre reinvestita con quella grandezza e capacità di guardare lontano che aveva lui».

Perché la Olivetti ha venduto tutta la Divisione Elettronica?
«Aveva dovuto venderla per volontà degli Stati Uniti e la connivenza del gruppo di intervento, costituito da Valletta, Cuccia e gli altri. Comunque l'Olivetti non aveva approfittato di essere stata la prima produttrice di questo tipo di macchine e si era fermata, perché l'amministratore delegato, che era un braccio destro di Valletta, era stato mandato a diventare AD dell'Olivetti proprio per evitare che l'azienda, dopo aver ceduto tutto il suo know how dell'elettronica, potesse ritornare a farla. E' un miracolo che la P101 sia riuscita ad evitare i problemi e alla fine sia stata mostrata, anche dall'AD, convinti che potesse essere definita il fiore all'occhiello, ma senza un ritorno importante da punto di vista commerciale. L'Olivetti aveva acquisito, già con Adriano Olivetti, la Underwood, che era la più grossa azienda fornitrice di apparecchiature d'ufficio negli Stati Uniti. Era il periodo della Guerra Fredda, della cortina di ferro, e in Europa gli Americani non ci lasciavano fare elettronica, né realizzare i computer, perché era pericoloso, soprattutto alla Olivetti, perché eravamo la nazione con un Partito Comunista potente. Quindi gli Stati Uniti hanno voluto mettere sotto controllo lo sviluppo di tecnologie strategiche, come l'elettronica e i computer. Ricordo, nell'iter che ha generato queste cose, la morte di Adriano Olivetti, la morte di Mario Tchou, le azioni della Olivetti crollate all'improvviso. In molti sostengono che probabilmente dietro c'era la mano di alcuni dei poteri forti».

Cosa è successo dopo la realizzazione della P101?
«Dopo aver realizzato la P101 e i derivati, non abbiamo potuto impostare nuovi sviluppi, perché alla Olivetti, in Italia, non era consentito, e visto che Olivetti aveva acquisito la Underwood, l'AD disse che ,se avessero dovuto produrre qualcosa, avrebbero dovuto farlo in America. Infatti, era stato fatto partire un laboratorio per sviluppare le macchine successive alla P101, ma non è proseguito, perché quando è uscita l'HP, con 9100 e la Wang, questi erano in alto mare. Allora, visto che finalmente tutti quanti avevano capito che l'elettronica sarebbe stata la tecnologia del futuro, a noi, De Sandre, Perotto, ecc..., è stato richiesto richiesto di cercare di rincorrere i concorrenti, senza pensare che l'Olivetti aveva drammaticamente buttato via il momento buono, per volere di alcuni signori. Noi ci siamo messi a correre come matti per cercare di recuperare, e abbiamo fatto delle macchine belle, però, quando si rincorre, si ha il fiato corto, quindi abbiamo fatto anche degli errori. Con la P101 la Olivetti aveva capito, prima di tutto il mondo, che la tecnologia a transistor sarebbe stata il futuro. Successivamente siamo riusciti a raggiungere e superare di nuovo tutti i concorrenti (HP, Wong e IBM) e nel 1976 abbiamo tirato fuori una macchina, che fu il primo personal computer dal punto di vista dell'architettura, che 6 anni dopo la IBM utilizzò per il suo primo pc, con un approccio commerciale che ha spiazzato tutti, perché per prima ha aperto le porte a tutti coloro che volevano sviluppare i pc IBM. Il problema è che successivamente il business dei pc le è scappato dalle mani, ha provato a recuperarlo, ma non c'è riuscita. In realtà, in precedenza, la Olivetti a Cupertino aveva tirato fuori un pc, l'M20, che dal punto di vista architetturale surclassava l'IBM, però, purtroppo la politica commerciale di IBM ha fornito la maggior parte dei computer anche ai militari americani per gli sviluppi necessari. Nel rincorrere i competitor, la Olivetti, è quella che ha lavorato meglio, perché ha sviluppato l'M24, che è stato un pc compatibile con l'IBM, ma che ha surclassato i suoi prodotti».

Si parla di una famosa lettera, di cosa si tratta?
«A me ne ha parlato Mario Caglieris, che aveva fatto parte della prima linea della Olivetti per un sacco di anni, e quando è venuto a presentare il suo libro “Il sogno di un'impresa”, di Elserino Piol, quando eravamo tutti insieme, ha fatto un exploit. Lui era diventato il Presidente delle Spille d'Oro Olivetti e aveva ereditato l'archivio del Presidente Visentini, il quale gli aveva parlato di una lettera che non avrebbe potuto rendere pubblica fino a dopo la sua morte, nonché quella di Cuccia e Valletta. Caglieris, ritenne che fosse giunto il momento di farla conoscere e ce la recitò. Era indirizzata da Valletta a Cuccia e a tutti gli altri del gruppo di intervento e diceva che loro avrebbero dato una mano economica alla Olivetti, a patto che cedesse la Divisione Elettronica ad una ditta americana, che non avevano ancora individuato, ma l'avrebbero fatto quanto prima. Questo spiega tutto, perché non c'era qualcuno che voleva comprare, ma c'era chi voleva vendere, per far tornare sotto controllo americano la tecnologia Olivetti sui computer. Ai tempi, il prof. Maggia, quando Caglieris fece questa comunicazione, si inquietò notevolmente, perché riteneva che non avesse dovuto aspettare tanto per renderla pubblica, dal momento che erano morti da un sacco di anni, oltretutto lui aveva appena scritto un libro che, se avesse conosciuto il contenuto di quella lettera, sarebbe stato molto diverso. L'Italia è sempre stata più brava e con delle capacità che probabilmente non apprezziamo abbastanza, ma, di fatto,siamo condizionati da certe situazioni».

Cosa ne pensa del riconoscimento Unesco per Ivrea?
«Io un po' più di visite le vedo in questo periodo, e dal momento che stravedo per Adriano Olivetti e i principi di tutta la sua famiglia, tipici di una volta, l'etica incredibile di queste persone, che riempie di gioia già solo a nominarle, ritengo che bisognerebbe ricordarle a tutti, soprattutto in questo periodo, perché insegnerebbe, a chi ha il potere di prendere decisioni, di uniformarsi a queste idee fantastiche. Sono stato un po' scettico all'inizio, ma vedo dei risultati e ritengo che sia stato meritatissimo, non solo per i fabbricati, ma per i principi che aveva Adriano quando faceva qualcosa, seguendo gli insegnamenti del papà Camillo in un modo esemplare. Mi piace ricordare un episodio: quando andarono a dire ad Adriano che bisognava ridurre il numero di operai, perché si stava producendo più di quello che si riusciva a vendere, lui rispose che suo papà gli aveva detto che non avrebbe mai dovuto licenziare nessuno. Sicché ha voluto confrontarsi col Direttore Commerciale, Ugo Galassi, il quale gli suggerì di assumere un po' di venditori ben preparati, aprire nuovi mercati, e probabilmente sarebbero riusciti a vendere di più. Cosa che hanno fatto ed il risultato è stato che Olivetti, invece di licenziare, ha assunto, ha aperto nuovi mercati, ha venduto di tutto e di più, e non ha licenziato nessuno. Questo è un approccio che ha origine dalle idee e insegnamenti di Camillo, che è stato un grandissimo, oltre ad essere un progettista, perché l'M1 l'ha progettata lui».

Lei, però, un riconoscimento ad Ivrea l'ha ricevuto, è entrato a far parte dell'Ordine degli Oditori...
«Come fa a saperlo? - ha sorriso – E' un riconoscimento fuori linea. Mentre quello di Bari lo si può capire, perché la laurea honoris causa in Computer Science è stata un riconoscimento in base al mio lavoro, in un Dipartimento che, dopo Pisa, fu il secondo di Informatica istituito, riconosciuto ufficialmente dal Presidente della Repubblica il 13 Ottobre 1969, invece, l'Ordine degli Oditori, è una cosa completamente diversa, ma che per me ha un valore enorme e mi ha stupito piacevolmente».

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