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I giorni di sangue di piazza Tienanmen

04-06-2015 22:39 - ATTUALITA´
Ivrea (TO). Di Giada Verre. Si celebra in questi giorni il ventiseiesimo anniversario della strage di piazza Tienanmen, nella città di Pechino, dove migliaia di studenti e cittadini si trovavano per manifestare contro la corruzione del governo e la richiesta di una maggiore libertà di stampa e di parola. La protesta venne guidata da studenti, intellettuali e operai nella Repubblica Popolare Cinese tra il 15 aprile e il 4 giugno 1989, anno in cui nel resto del mondo si sono rovesciati i regimi comunisti, avvenimento conosciuto anche come "Autunno delle nazioni". L´episodio che scatenò la protesta fu la morte del segretario generale del partito comunista cinese Hu Yaobang, avvenuta il 15 aprile a causa di un arresto cardiaco. Inizialmente le reazioni furono pacate, nate dal cordoglio nei confronti del politico, popolare tra i riformisti, ma la protesta divenne più intensa dopo le notizie dei primi scontri tra manifestanti e polizia. Il 22 aprile, giorno dei funerali, gli studenti scesero in piazza Tienanmen, chiedendo di incontrare il Primo ministro Li Peng, ma la leadership comunista ignorò la protesta, e per questo gli studenti proclamarono uno sciopero generale all´università di Pechino. Le alte sfere, convinte che la protesta fosse guidata da potenze estere, iniziarono a pubblicare editoriali che accusavano gli studenti di complottare contro lo Stato e fomentare agitazioni di piazza. In risposta il 27 aprile circa 50.000 studenti scesero nelle strade di Pechino, richiedendo di ritrattare le pesanti dichiarazioni, ignorando il pericolo di repressione da parte delle autorità. La protesta continuò per tutto il mese di aprile, con marce, richieste di libertà nei media e un dialogo formale tra le autorità del partito e una rappresentanza eletta dagli studenti. Le proteste nascevano principalmente dall´insicurezza che regnava nel paese, la mancanza di dibattiti all´interno delle istituzioni scolastiche, e il nepotismo a favore dei figli dei membri del PCC. Il Partito Comunista Cinese veniva accusato di corruzione, i manifestanti richiedevano una maggiore trasparenza della pubblica amministrazione e di aumento della libertà di stampa, associazione, riunione; inoltre venne richiesta la scarcerazione dei prigionieri politici. A metà maggio alcuni manifestanti, supportati dagli abitanti di Pechino, iniziarono uno sciopero della fame, e nella dichiarazione degli studenti scrissero: "In questo caldo mese di maggio, noi iniziamo lo sciopero della fame. Nei giorni migliori della giovinezza dobbiamo lasciare dietro di noi tutte le cose belle e buone e Dio solo sa quanto malvolentieri e con quanta riluttanza lo facciamo. Ma il nostro paese è arrivato a un punto cruciale: il potere politico domina su tutto, i burocrati sono corrotti, molte brave persone con grandi ideali sono costrette all´esilio. È un momento di vita o di morte per la nazione. Tutti voi compatrioti, tutti voi che avete una coscienza, ascoltate le nostre grida. Questo paese è il nostro paese. Questa gente è la nostra gente. Questo governo è il nostro governo. Se non facciamo qualcosa, chi lo farà per noi? Benché le nostre spalle siano ancora giovani ed esili, e benché la morte sia per noi un fardello troppo pesante, noi andiamo. Dobbiamo andare. Perché la storia ce lo chiede." Verso la fine del mese i manifestanti innalzarono al centro della piazza, di fronte all´immagine di Mao Zedong, un´enorme statua, alta 10 metri, chiamata "Dea della Democrazia". Inoltre la protesta si era diffusa anche fuori dalla città di Pechino, arrivando a coinvolgere oltre 300 città, cosa che intimorì il Partito. In questo contesto, si sottolineò il riformismo di Zhao Ziyang, che era favorevole al dialogo e a una soluzione pacifica; ma l´ala conservatrice, ispirata da Deng Xiaoping, massima autorità di fatto, accusava i manifestanti di essere dei "controrivoluzionari al soldo delle potenze estere". Il 19 maggio, per porre fine alla protesta, fu promulgata la legge marziale, Zhao Ziyang fu l´unico dirigente del PCC a votare contro tale promulgazione, e poche ore dopo sfidò apertamente il Partito, presentandosi tra gli studenti cercando di convincerli a terminare l´occupazione della piazza, (per questo venne condannato agli arresti domiciliari a vita). La notte del 3 giugno l´esercito iniziò a muoversi verso piazza Tienanmen, aprendo il fuoco di fronte alla resistenza. Gli abitanti, nonostante l´ordine di rimanere nelle loro case, si riversarono nelle strade di Pechino, in modo da bloccare l´avanzata dell´esercito, costruendo barricate e ostacoli. L´esercito cominciò a sparare sulla folla, facendo moltissime vittime. Nelle strade della città infuriò una vera e propria battaglia, i manifestanti continuarono a combattere, cercando di bloccare l´avanzata nemica, in molti casi, i soldati vennero picchiati e ammazzati. Alla sera l´esercito raggiunse la piazza, dove venne proposta un´amnistia alle poche migliaia di studenti rimasti, alla condizione di lasciare Tienanmen. I manifestanti lasciarono la piazza, ma vennero attaccati dai soldati; molti reporter assistettero al massacro, e alcuni studenti dissero alle troupe: "Ditelo al mondo". Il 4 giugno i carri armati entrarono all´interno della piazza, e il 5 giugno i manifestanti, i parenti dei feriti e dei morti, tentarono di entrare nella piazza bloccata dai militari, ma vennero fucilati da questi ultimi. Lo stesso giorno, nella grande avenue Chang´an, vicina a piazza Tienanmen il "rivoltoso sconosciuto" un giovane studente, si mise in mezzo alla strada per bloccare l´avanzata dei carri armati, adoperando la resistenza passiva. Dopo aver bloccato i carri armati il ragazzo si è arrampicato sulla torretta e si mise a parlare con il guidatore. Diverse sono le versioni su cosa si siano detti, tra le quali "Perché siete qui? La mia città è nel caos per colpa vostra"; "Arretrate, giratevi e smettetela di uccidere la mia gente"; e "Andatevene!" Un quotidiano britannico ha inoltre diffuso la notizia che il ragazzo fosse stato giustiziato, anche se non è mai stata confermata. La fotografia del ragazzo fece il giro del mondo in pochissimo tempo, divenendo una delle immagini che meglio simboleggiano la libertà contro l´oppressione. Il suo gesto eroico viene ancora oggi considerato l´emblema dell´opposizione a ogni forma di dittatura. La versione più diffusa della famosa immagine è quella scattata da Jeff Widener dal sesto piano dell´hotel di Pechino. Non si conosce l´identità del ragazzo, né se sia vivo o morto, in prigione o in libertà, ma la sua opposizione pacifica viene considerata in tutto l´Occidente un grande simbolo di pace, mentre in Oriente, e in particolar modo in Cina, nessuno sembra conoscerlo. Dopo che l´Esercito ebbe riportato l´ordine nella capitale, i manifestanti continuarono a protestare in molte altre città della Cina per vari giorni. Il 9 giugno, Deng Xiaoping riapparve in pubblico per la prima volta dal giorno del massacro e tenne un discorso in cui definì "martiri" i militari morti durante la protesta. Deng affermò che il vero obiettivo del movimento era quello di rovesciare il Partito e lo Stato. Il numero delle vittime varia tuttora, il governo parlò inizialmente di 200 civili e 100 soldati morti, la CIA stimò invece 400-800 vittime la Croce Rossa 2600 morti e 30.000 feriti. Dopo la strage venne messa in atto una feroce caccia ai restanti contestatori, che furono imprigionati o esiliati, il governo inoltre limitò l´accesso dei media internazionali in modo da poter coprire l´evento. Quella di piazza Tienanmen fu solo una delle innumerevoli stragi che vennero attuate dalla polizia contro i manifestanti in ogni parte del mondo. Ancora ai giorni nostri, le manifestazioni vengono represse nel sangue, ma si sa, purtroppo una delle regole di questo mondo corrotto è che coloro che si battono per un paese migliore spesso pagano con la vita; pagano con la vita perché combattono contro nemici troppo grandi, istituzioni troppo grandi, interessi troppo grandi. Ma è grazie a questi "martiri" della storia che la gente non ha smesso di lottare, grazie a Jan Palach, grazie a Alexandros Panagulis, grazie al "rivoltoso sconosciuto", e grazie a tutti coloro di cui non sappiamo e non sapremo mai i nomi. Grazie a tutti coloro che continuano a sognare, a credere e a battersi per un mondo migliore.



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